Giurdignano, Minervino, Giuggianello e le sorprese della campagna

Vai all'Esperienza Salento Megalitico: quando la pietra (si) racconta
Vai all'Esperienza Salento Megalitico: quando la pietra (si) racconta (Piccoli Gruppi)
Andare per campagne dona anni di vita, sentivo qualcuno sostenere con forza questo pensiero e sono d’accordo. Quali sorprese  più belle di un paesaggio illuminato dal sole, con gli alberi d’ulivo e una pace senza eguali? Le piacevoli scoperte rurali fatte con Tourango ne sono la conferma. Le campagne salentine conservano come preziosa eredità resti preistorici come i menhir e i dolmen, tutt’oggi avvolti da un’aura di mistero. 
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Siamo a Giurdignano, la prima tappa del percorso procede nel “segno” preistorico e porta al menhir San Paolo. Anna Paola spiega che questo menhir è detto a camera per la presenza, nella parte sottostante, di una cappella votiva raffigurante il santo delle tarantolate, San Paolo, appunto. La ragnatela raffigurata all’interno della cappella rafforza la connessione con la tarantola e il temuto morso. Mi sovviene in mente la foto in bianco e nero con la donna tarantata in preda ai deliri del morso e l’uomo che percuote il tamburello per curare, chissà che una scena simile non sia familiare a questa cappella.
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Nei pressi del menhir San Paolo, una casa stranissima rappresenta una di quelle visioni che sei obbligato a fotografare. Ci vivrebbe  benissimo un pazzo o un genio, a metà tra Archimede e il padre di Belle. Due cani di piccola taglia sono ben istruiti a fare da vigilantes; c’è un’ape parcheggiata che esibisce quasi con orgoglio il brand Salento (perfetta per la copertina di un album); lo stile composito, a tratti kitsch e ammassato, rende difficile capire se si tratti di una casa-laboratorio o di un magazzino. Qualche foto è stata rubata ma a debita distanza dai mastini!
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L’aria buona della campagna fa venire fame e il pit-stop da Protopapa calza a pennello, un forno buono dove il pane si unisce con la zucca, le noci, le patate e infine con le olive nere e la cipolla per dare vita ai “pizzi”, “sceblasti” o puccette alla pizzaiola per capirci.
Lungo la traccia dei menhir da Giurdignano si arriva a Minervino, dove si trova un altro reperto preistorico: il dolmen “Li Scusi”, il nome è indicativo di quanto sia nascosto.
Alcune colonne, a intervalli regolari l’una dall’altra, sorreggono una lastra con al centro un buco, probabilmente si trattava di un altare sacrificale e il foro superiore serviva per far scolare il sangue della vittima sacrificale. 
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La ritualità e la magia fanno da intreccio al percorso  e conducono ai massi della vecchia a Giuggianello, conosciuta anche come la collina delle ninfe e dei fanciulli.  Un luogo che rientra a pieno titolo tra le ricchezze del territorio.
Man mano che mi avvicino alla collina, la sensazione di essere in un posto magico si manifesta sotto forma di vibrazione, mista a curiosità e alla convinzione che di lì a poco si compierà una scoperta folgorante. Alcuni monoliti giacciono in mezzo ad un bosco di ulivi e gli alberi sembrano anche loro incantati. Hanno il tronco aperto nel ventre e vien facile immaginare che i bambini, in passato, abbiano speso le migliori ore a giocare infilandosi nelle cavità, sembra di vederli.
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Salgo in cima al “Letto della vecchia” per avere una visione chiarificatrice, il panorama mi azzittisce (e non è una cosa scontata!) e capisco di essere preda di un sortilegio. Ascolto attentamente quello che dice Anna Paola, rigorosamente in silenzio: la notte di San Giovanni è possibile incontrare la vecchia, moglie di Nanni Orco, e chi risponde esattamente agli indovinelli vince il tesoro, una chioccia con i pulcini. Un’altra storia racconta che alcuni pastorelli avessero sfidato le ninfe e che queste avessero dato loro una punizione esemplare trasformandoli in massi. 
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La domanda sorge spontanea: l’uomo ci ha messo o no lo zampino? La risposta più plausibile è che questi massi siano giunti qui dopo un’esondazione, una sorta di tsunami, e che l’acqua abbia, poi, lavorato questi monoliti dando l’attuale forma di letto, piede e fuso. 20.000.000 d’anni il Salento era per gran parte mare. 
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Dopo il “Letto della vecchia” e il “Piede d’Ercole”, lo stupore maggiore lo riserva il “Fuso” che sta un po’ più isolato rispetto al resto dei massi. È una sorta di fungo gigante, la mia fantasia si aziona e immagino un folletto capo che dall’alto del “Fuso” impartisce l’ordine ai folletti sudditi di tingere di verde smeraldo l’erba. Tutto brilla di verde. 
Dopo aver stampato nel cuore questo posto, andiamo via tra viuzze delimitate da muretti a secco, alberi d’ulivo e poca pochissima presenza umana, noi e qualche contadino. Io e gli altri ci voltiamo indietro per memorizzare cartelli, indicazioni e strade, l’intenzione comune è di ritornare. Questo luogo magico va condiviso.
Vai all'Esperienza Salento Megalitico: quando la pietra (si) racconta
Vai all'Esperienza Salento Megalitico: quando la pietra (si) racconta (Piccoli Gruppi)
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